Kirstin Breitenfellner: Il superamento del possibile. Romanzo

(Edition Voss im Horlemann Verlag, Berlino 2012, pp.246)

Übersetzung: Madeira Giacci

 

1. Capitolo

Imbruniva. La luce si faceva diffusa, cancellava contorni e dissolveva i confini tra gli oggetti. Tinka non amava la penombra, soprattutto negli interni, ma lì aveva il suo fascino. Rendeva invisibili gli angoli sbeccati e le crepe sottili, e donava una dignità opaca e aggraziata ai tanti e vecchi oggetti, di cui quel piccolo negozio era pieno fino all’orlo.

Un bambino di porcellana dal cranio sfondato, e lo sguardo melanconicamente voltato altrove, sedeva accanto a una bambolina nuda, anch’essa di porcellana, che aveva soltanto le scarpe e i calzini dipinti, ed era più alta di lui di una spanna. Accanto, c’era un neonato senza collo dalla bocca rosso ciliegia, lo sguardo guercio, e gli occhi rovesciati verso l’interno. Aveva soltanto le braccine mobili, legate alle spalle da un filo arrugginito. Un’appariscente gallina rossa e lilla si pavoneggiava tutta impettita su una tazza dal profilo dorato e dotata di coperchio, sul cui retro era dipinto un gallo che, a sua volta, gonfiava il petto. Su una scatolina di latta russa una principessa in miniatura allungava la mano verso una recalcitrante capretta, e un minuscolo elefantino indiano di legno con due cavalieri in groppa, era aggredito davanti e da dietro da due tigri. Una tigre si avventava sulla proboscide, e un rivolo di sangue le sgorgava dalle fauci. In quel punto, infatti, uno dei cavalieri, aveva infilato profondamente la sua lancia.

Tinka ritornò in sé. Ancora una mezzoretta e avrebbe chiuso il negozio, allora avrebbe preso la macchina fotografica nuova e sarebbe andata in città in cerca di prede. O era forse il caso di chiudere prima? Attila, il capo e proprietario del negozio, le aveva detto che non ce l’avrebbe fatta a passare, e nel pomeriggio nessun cliente era venuto a perdersi tra le “antichità e attrazioni di Attila”.

Recentemente qualcuno le aveva chiesto cosa stesse a indicare la parola “attrazioni” e Tinka, cogliendo l’ispirazione del momento, aveva risposto che il termine si riferiva al padrone del negozio, che era una vera e propria attrazione, anzi più di una contemporaneamente. Più che un’attrazione, tuttavia, Attila era un’aggressione. Carico d’adrenalina e pieno d’idiosincrasie. Tinka non sapeva se amarlo o odiarlo, da dove provenisse il suo carisma e se, per quel carisma, provasse attrazione o avversione. Attila era uno di quegli uomini che non lasciano indifferente nessuno.

Il grande orologio a pendolo rintoccò incerto due volte. Attila era andato a prenderlo il giorno prima dalla restauratrice, i suoi dipinti erano così romanticamente scoloriti, da far pensare che questa, su ordine di Attila, vi avesse dato il suo contributo con la carta vetrata o chi solo sa con quale altro strumento. Erano le cinque e mezza.

Tinka premette il pulsante d’accensione della macchina fotografica. La sensibilità alla luce dei nuovi modelli era davvero affascinante. Nemmeno in quella penombra era necessario usare il flash. Tinka puntò l’obiettivo sul quadrante dell’orologio protetto da una lastra di vetro, e circondato da un bassorilievo di uva dorata, e restò ad ascoltare il cigolio che simulava il suono dell’otturatore.

Sul display della macchina Tinka intravedeva le sue sottili gambe nere, riflesse dal vetro matto e bluastro, mentre i turgidi frutti sui quali aveva puntato l’obiettivo restavano invisibili. Era come un incontro spettrale con se stessi che sembrava accadere in un vago futuro.

A Tinka piaceva vestire di nero. Il nero era un colore netto, aiutava a scomparire. Una fotografa, infatti, non doveva mai farsi vedere. Era lei a dover vedere. Doveva vedere la vita e fermare il tempo. Cosa che, ovviamente, era impossibile. Per questo fotografare era così doloroso.

«Mi scusi!»

Qualcuno tossì alle sue spalle. Quando Tinka ritornò a quel tavolo, che somigliava tanto poco a un bancone quanto quel locale zeppo di oggetti somigliava a un negozio di antiquariato, il cuore, che normalmente era ben nascosto nel petto e svolgeva il suo servizio senza fare tanto scalpore, le batteva forte.

«L’ho spaventata?»

Tinka non aveva né visto né sentito entrare l’uomo che si trovava davanti a lei e la guardava preoccupato. Ora Tinka fissava la ciotola di porcellana nella quale Attila aveva piazzato i biglietti da visita. Era a forma di conchiglia, e sopra c’era un ranocchio dal frak rosso, la testa allungata verso l’alto e la bocca avidamente spalancata. Una gola nera senza fondo.

«La luce l’accarezza» disse l’uomo.

Tinka sollevò lo sguardo e l’uomo sorrise malandrino.

«Davvero» aggiunse «qui la luce è come incantata e tutte le cose belle, per non dire meravigliose… guardi questo malinconico bambino qui» disse indicando il fanciullo che suonava il flauto. «Sta per cominciare a suonare, riesce a sentire la melodia?» aggiunse fischiettando una scala musicale che sembrava provenire da molto lontano.

Tinka sollevò un sopracciglio.

«È una scala pentatonica senza semitoni. Esistono scale a due, tre, quattro e cinque note, che possono essere costruite con o senza semitoni» spiegò «la musica vietnamita conosce soltanto due modalità, bac, allegra, e nam, melanconica»

«Si occupa di musica?» chiese Tinka.

«Sì, no, sono un compositore. Konstantin» disse presentandosi e sorridendo con aria maliziosa «di solito non sono così socievole» aggiunse arrossendo all’improvviso «un paio di anni fa sono stato in Vietnam, è stato lì che ho cominciato a occuparmi di musica».

«Ah, che bello» commentò Tinka «desidero da tanto andare in Vietnam. Amo l’Asia. Una volta sono stata in Nepal, dieci anni fa»

Era davvero passato tanto tempo? O forse anche di più? Tinka deglutì. Evidentemente con il passar del tempo aveva preso l’abitudine di pensare in decenni quando ricordava i suoi anni da donna adulta, ma, in realtà, aveva la sensazione che la sua vita non fosse ancora cominciata.

«No, bello non è. Odio la musica» disse Konstantin. «Come ti chiami? Possiamo darci del tu, vero?»

«Tinka»

«Tinka, come il gatto! Lei è una fotografa, giusto? L’ho colta mentre fotografava – e mentre osservava poi la sua fotografia…»

«Odio fotografare» disse Tinka ridendo con voce rauca «come vede, anzi, come vedi, sono una commessa»

Konstantin si mise a ridere.

«Esatto. Ed io sono il principe azzurro»

E con quella sua pettinatura dalla frangetta dritta e il taglio senza sfumatura, lo sembrava davvero.

«Come posso aiutarla?» chiese Tinka scherzando «il mio cuore è impegnato. Con la fotografia. E contro un odio-amore del genere nessuno ha speranze. Potrebbe interessarle questo ranocchio qui? Se lo bacia, forse si trasforma in principessa»

«Non mi serve nessuna principessa. Ho bisogno soltanto di pace» rispose Konstantin improvvisamente serio. «A meno che questa non decida di sposarmi e mantenermi» aggiunse ridendo nuovamente con il suo bel riso tagliente.

[…]

Quando Kostantin uscì dal negozio, a Tinka venne il dubbio che il ranocchio, quel direttore di circo, che conduceva viscido e freddo i suoi animali ammaestrati, non fosse in vendita. Un despota, che non voleva altro che essere ammirato e al quale bisognava versare il proprio tributo nella ciotola delle offerte. Tinka si accorse di avere le mani fredde come una rana. Aveva forse paura di Attila?

Quando Tinka aveva detto en passant che non sarebbe stata presente quando gli avrebbero consegnato la cassapanca, Konstantin l’aveva invitata alla sua casa di campagna. Aveva una di quelle case lunghe e basse che Tinka sognava da quando era bambina, con una veranda sul lato lungo, archi tondi e vasi di fucsie che pendevano su una panca di legno. Le aveva mostrato una foto.

«Sembra un dipinto» aveva commentato lei con un filo di voce, cercando di non sembrare interessata.

«O è semplicemente fotogenica» aveva risposto lui rinnovando l’invito.

Tinka pensò al suo commento sulla luce. Era un complimento? Quando la luce lusinga una persona, non significa forse che la rende più bella di quanto è? Qual’era il vero aspetto delle cose? Come erano, quando la luce non era né favorevole né sfavorevole?

«È tutta una questione d’illuminazione» diceva sempre Attila.

Tinka pensò a quelle pubblicità nelle quali si toglieva il colore e proprio per questo il mondo appariva puro e prezioso. Tutto era avvolto da una luce particolare. Ma si mostrava davvero per quello che era? O quella realtà, forse, non esisteva affatto?

I pensieri giravano in tondo, come sempre quando Tinka rifletteva sulla luce, sull’illuminazione e sulla fotografia. In fin dei conti una fotografia non era altro che la registrazione delle onde luminose riflesse dagli oggetti. Una traccia materiale dell’oggetto, ma non l’oggetto in sé.

Tra qualche minuto avrebbe chiuso il negozio, e sarebbe andata in metropolitana al mercato che si trovava oltre il raccordo a più corsie che cingeva i quartieri del centro, e oltre il quale si estendevano le roccaforti degli emigrati, fiancheggiate da quartieri di ville che si perdevano nel verde di un paesaggio collinare e boschivo.

Quando le bancarelle chiudevano e la merce veniva portata via, si accendevano i primi lampioni, che non potevano tenere testa alla luce del cielo e formavano piccole, miserevoli sfere luminose condannate a un destino decorativo, e che ricordavano, piuttosto, le ghirlande di un lunapark o la luminaria di una giostra. Allora Tinka riusciva a immortalare nelle foto quell’inafferrabile atmosfera sospesa tra sogno e realtà.

[…]

Aveva l’abitudine di invitare donne che non conosceva a fare giri in campagna? In realtà non dava quell’impressione, ma nessuno appare per quello che è. Nessuno, tranne Attila, stava per pensare Tinka, ma proprio in quel momento il campanello suonò nuovamente, questa volta con uno squillo tintinnante, provocato dalla velocità con la quale aprirono e sbatterono la porta.

«Ah, sei ancora qui» disse Attila con il suo marcato accento ungherese. Poggiò sul tavolo una scatola di cartone con una dozzina di piccole teste di gesso, ne prese una e la sistemò sulla mensola.

«Venticinque euro l’una» disse «le altre vanno nel retrobottega»

Tinka prese una testa dalla scatola. Era pesante, il viso bianco come quello di un clown, le guance rosso acceso e un sorriso enigmatico, leggermente sadico, incorniciato da un ciuffo di capelli chiari. Sulla fronte spiccava un enorme tappo a corona con la scritta Coca-Cola. Sul retro della testa c’era una grande fessura.

«Anni Cinquanta?» stimò Tinka «questa sì che è buona, Coca-Cola in fronte e soldi nella testa! Non hai le chiavi?»

Attila lanciò un mazzo di piccole chiavi nella scatola di cartone.

«Sono originali?» mormorò Tinka ma Attila si era già avviato verso il retrobottega e non l’aveva sentita.

«Dov’è il ranocchio?» chiese una volta tornato.

Il suo bel viso regolare dalla fronte alta, gli zigomi indiani e il naso sottile, aveva qualcosa di femminile. Doveva avere all’incirca cinquantacinque anni, lo suggeriva il grazioso paesaggio di rughe quasi da libro, nel quale spiccava un paio di occhi castani. I capelli brizzolati erano legati in una coda.

Tinka cercò di immaginarsi Attila da donna, ma non ci riuscì, cosa che forse dipendeva dalla sua andatura tuonante e dalla sua gestualità virile. Attila aveva perso una gamba e Tinka non aveva più avuto il coraggio di chiedergli come, da quando una volta, all’inizio del loro rapporto lavorativo, le aveva sbraitato uno scontroso «che c’è da guardare? È solo una gamba. It’s only a leg!».

«Sono vere?» chiese Tinka ancora una volta. La domanda sul ranocchio era stata risucchiata da un vuoto di memoria nero come la pece mentre lei si perdeva nel suo viso. Attila le lanciò uno sguardo che la fece sussultare dallo spavento.

«Dov’è il ranocchio?» chiese minaccioso.

Tinka cominciò a balbettare qualcosa sulla “cassapanca” e su un “cliente”, ma Attila scoppiò improvvisamente a ridere, le piantò una gomitata nelle costole, che le provocò una fitta di dolore, e abbassando la fronte in avanti, le sussurrò «non dirmi che hai paura di me!».

Attila adorava fare scherzi per i quali non si sapeva mai se facesse sul serio o meno. Per un momento Tinka aveva davvero temuto che l’avrebbe ammazzata, cosa che, ovviamente, era ridicola.

«Paura?» disse cercando di scherzare, ma non le riuscì.

«Qui non c’è nulla di cui avere paura» disse Attila perentorio «o forse credi di sì?»

Era difficile immaginare Attila avere paura di qualcosa o di qualcuno. La sua presenza occupava totalmente ogni spazio. Nessuno aveva una chance. Di chi avrebbe dovuto aver paura? Attila non aveva passato, o almeno Tinka non ne sapeva nulla. E nemmeno un futuro, pensò, anche se questa, ovviamente, era una sciocchezza. Forse era proprio per questo che non si faceva problemi. Era ancora giovane e in piena salute.

«Andiamo a prenderci un caffè?» chiese.

«Solo uno? Ma no, cinque!» avrebbe voluto dire Tinka, dal momento che lo stomaco di Attila era capace di digerire impressionanti quantità di caffè nero, ma si risparmiò l’osservazione. Ad Attila piaceva scherzare, ma non capiva gli scherzi altrui.

«Volevo sfruttare l’ultima luce del giorno» rispose Tinka esitante.

«Ah, la cacciatrice d’immagini» la prese in giro Attila «in questo modo non ti avvicinerai mai alla vita, signorina. Ma continua pure a scattare le tue fotine di bancarelle di mercato e di grasse signore turche dalle facce pallide e grassocce»

Attila adorava mortificarla. Ma c’era il lei una strana curiosità che le impediva di licenziarsi. Tinka non riusciva a fare a meno di pensare a lui. La chiave da trovare risiedeva forse nel suo coraggio? O nella sua presenza? Nella sua fame di vita? Nella sua sfacciataggine? O nella sua inavvicinabilità? Attila sapeva essere di cuore, ma ne aveva uno?

Forse non c’era proprio nessuna chiave da cercare. O forse giaceva sul fondo di un fiume, nel quale l’amore per il rischio di Attila l’aveva lanciata, e dalla quale la sua sete di vita si era allontanata via nuotando?

Tinka non sapeva da dove le venissero tutte quelle certezze, o meglio incertezze sul conto di Attila. Forse erano soltanto proiezioni della sua timidezza. Del suo affannare. Attila, invece, si rompeva sempre la testa contro il muro. Il suo cranio era duro come quello delle teste di gesso. E come queste, anche lui aveva solo i soldi nella testa.

«Non preoccuparti, piccola» disse Attila con un improvviso tono paterno «e tieni gli occhi aperti, voglio dire, quando fai le tue fotografie. Non devi mai distogliere lo sguardo o perdere il quadro della situazione. Potrebbe essere pericoloso».

 

[…]

2. Capitolo

Paula afferrò il coltello e tagliò un pezzo largo quanto un pollice di radice di galanga, eliminò la pellicina esterna e cominciò a ridurre la radice a cubetti. La galanga era la più strana delle nuove spezie che aveva comprato al supermercato esotico all’angolo.

Potevi trovarvi di tutto, dalla farina di manioca africana ai manghi che sapevano d’estate indiana, fino alla birra Saigon, di cui aveva preso una bottiglia per la sera. Il negozio era gestito da un indiano che andava fiero del fatto che da lui tutto era «neat and clean».

Il profumo saponoso e aspro della galanga le pizzicò il naso. La radice di cucurma aveva una simile consistenza legnosa, ma un profumo meno penetrante, e tingeva le dita di un arancione intenso. Quella più difficile da tagliare era la citronella, che era dura coma una tavoletta fibrosa. Le foglie lucide, color verde erba della combava sembravano, invece, alloro fresco, ma avevano un profumo limonato.

Paula sistemò tutti gl’ingredienti nel mortaio e stava quasi per pestarli quando un urlo le portò via la concentrazione. Con il mortaio in mano corse dalla cucina componibile nel vicino salotto.

«Kolo!» urlò attonita.

Il piccolo si era arrampicato su una sedia del tavolo da pranzo, e aveva versato per terra tutto il caffè che lei, distrattamente, aveva lasciato lì.

Il giornale, che non aveva ancora letto, era completamente zuppo, tinto di marrone e appiccicoso. Quando Paula lo sollevò, si accorse che un rivolo di caffè scorreva verso il pavimento proprio nel punto in cui si trovava il coniglio bianco con il quale stava giocando il figlio.

Kolo piegò in basso gli angoli della bocca e intensificò il pianto. Il suo faccino rotondo era completamente deformato.

«Va tutto bene, non è successo niente»

Le parole che uscivano dalla bocca di Paula per calmarlo non furono, tuttavia, capaci di penetrare quell’esplosione di disperazione e rabbia. Non era facile distogliere Kolo da un’emozione. S’immergeva sempre totalmente in ogni sentimento.

«Kolo» esclamò Paula prendendolo in braccio e cullandolo un po’. Il bambino spalancò la bocca mostrando una fila incompleta di denti, una lacrima scivolava dalla guancia arrossata, e i capelli biondi erano leggermente attaccati alla fronte.

Il bambino contrasse improvvisamente le labbra e disse: «Rotto».

Per un momento sembrò quasi consapevole della propria colpa.

Paula avvertì un’ondata di tenerezza provenire dal retro della testa, pressò la guancia calda alla sua e sentì la morbidezza della sua pelle. Chiuse gli occhi per un momento, come faceva sempre quando pensava a quanto tempo ancora tutto questo sarebbe piaciuto al figlio.

Il bambino prese di nuovo a sgambettare e Paula lo mise a terra.

«Vieni, mamma sta cucinando, vuoi vedere?» disse portando il seggiolone in cucina, ma Kolo non sembrava affatto interessato a sedersi lì. Al contrario, cominciò ad aprire i cassetti degli utensili. Era una cosa che faceva già prima d’imparare a camminare.

Ora ogni mattina, appena sveglio, correva dritto verso i cassetti, ne lanciava fuori tutto il contenuto e lo sparpagliava voluttuosamente sul pavimento. Cucchiai di legno, mestoli, spatole, grattugie, venivano ispezionati e sventolati con verve a destra e a sinistra, e così, anche se Paula aveva comprato una tavoletta magnetica per i coltelli e aveva tolto dalla portata di mano tutti gli oggetti pericolosi, doveva continuamente urlare:

«Kolo, fai attenzione!»

«Attento!»

«Non sbatterlo contro il frigorifero, si rompe, si rooooompeeee!»

Erano un paio di mesi ormai che pronunciava quelle frasi almeno una dozzina di volte al giorno.

Non era divertente. Quando Kolo festeggiò il suo primo compleanno, e puntuale pronunciò la sua prima parola e fece il suo primo passo, per il sollievo Paula si lasciò cadere sullo schienale della sedia. Da allora in poi sarebbe diventato tutto più facile.

«Adesso arriva il peggio» aveva commentato invece Olga, aggiungendo qualcosa a proposito dell’età peggiore, l’età in cui «sanno fare tutto e sanno quel che vogliono, ma l’intelletto non ci arriva». Paula aveva capito soltanto adesso, cosa avesse voluto dire.

 

[…]

In sottofondo si sentiva una melodia che diventava sempre più forte. Paula ebbe bisogno di un paio di secondi prima di riconoscere la suoneria del cellulare. Saltò in piedi per andare a prenderlo, ma il telefono, che si trovava nell’ingresso, smise di suonare proprio in quell’istante. «Chiamata persa Olga» si leggeva sul display. Paula premette il tasto di chiamata. Olga voleva sapere come stava, ma non si accontentò di un «eh, bene».

«Hai una voce stanca! Quando andiamo all’acquario?»

«La settimana prossima?»

«Vuoi che ti faccio da babysitter stasera?» chiese Olga. Suo marito era spesso fuori casa.

Olga, la serpe. Sapeva vedere attraverso i fili del telefono e, anche quando non c’erano fili, sapeva leggere le vibrazioni. Con uno scatto ti balzava addosso e scivolava dentro la tua coscienza. I serpenti avevano mai paura?

«Non ti va di andare di nuovo a yoga?» insistette «e forse alla sauna?» Paula capitolò.

«Va bene, ci vediamo alle cinque» disse Paula che, mentre pronunciava quelle parole, sentì un tintinnio alle spalle. Che idea stupida quella di parlare al telefono in corridoio, pensò tornando di corsa in salotto. Kolo aveva rovesciato la ciotola a terra, c’era riso dappertutto e con un cucchiaio ne stava spalmando i resti sul tavolo.

«Basta» urlò Paula «se non hai più fame, vai a dormire».

Kolo lanciò un urlo nella tonalità più alta che potesse raggiungere. Mi sta distruggendo la salute, pensò Paula arrabbiata, ma in una frazione di secondo fu presa dal senso di colpa. Era la madre, e non avrebbe mai dovuto lasciare il bambino solo con un compito che non era in grado di fare.

Kolo ormai era incontenibile. La stanchezza aveva bombardato i suoi esili nervi e soltanto il sonno poteva redimerlo. Paula gli sfilò i pantaloni appiccicosi dalle gambe, si allacciò la fascia porta-bebè e ci infilò dentro il bambino che, una volta spenta la luce della stanza da letto, cominciò a piangere ancora più forte.

Paula cominciò a cantare e a camminare avanti e indietro dondolando, intensità di volume contro intensità di volume, e dopo un paio di minuti cominciò a sentire la sua stessa voce attraverso il pianto del bambino, che posò la testa sulla sua spalla. Presto sarebbe diventato troppo grande per addormentarsi in quel modo.

 

[…]

Kolo dormiva profondamente. Paula si era arrampicata nel lettino a sponde alte, e aveva slacciato la fascia all’altezza della nuca. Il bambino ora giaceva sul morbido cotone con le gambe divaricate e inermi, le braccine grassottelle piegate in alto, i sottili capelli bagnati di sudore per la lotta contro il sonno. Dentro di lei cominciò a montare nuovamente quella tenerezza che si manifestò in un bacio a risucchio sulla sua morbida carne. Era un sentimento che la inondava, che non sembrava provenire da lei, ma che la riempiva fino alla punta dei capelli. Così come la paura che provava ogni volta che Kolo cadeva, quando tossiva o quando Paula pensava di essere responsabile del suo benessere e del suo dolore, della sua innocenza e della sua inevitabile perdita.

Quando Paula si piegò ancora una volta su di lui per accarezzare con le labbra le sue calde guance, il bambino lanciò un profondo sospiro che stava a significare che il sonno lo aveva ormai portato nel suo regno. Paula si godeva quel sospiro ogni volta come se fosse la prima, era il suono della resa e dell’accoglienza, della dedizione e della speranza.

Accese il baby phon e chiuse con cautela la porta cigolante. Con uno stracciò pulì dal pavimento il riso che si era incastrato nelle fessure del parquet, si lasciò cadere per un po’ sul divano, sentì le membra pesanti come dopo una lunga passeggiata in montagna, e si sarebbe quasi addormentata se non le fosse venuto in mente che doveva scrivere ancora un paio di mail.

Mentre si avviava verso la scrivania, Paula guardò fuori dal balcone che dava sul cortiletto al quale anche lei aveva accesso. Quando avrebbe fatto abbastanza caldo, avrebbe costruito un recinto con la sabbia. O forse meglio uno scivolo. Così non sarebbe più dovuta andare ogni giorno al parco giochi, ad aspettare in piedi per ore con le altre mamme, l’orecchio attaccato al cellulare, per atteggiarsi a chi ha legami con il mondo. Quel mondo pulito e funzionante, che sorgeva oltre i pannolini e le altalene, nel quale si pagava in contanti e dove si riceveva rispetto e riconoscimento.

Paula si mise al computer, controllò il suo conto corrente, ordinò due libri, lesse un po’ il giornale, passò dal giornale a una rivista di cinema, guardò i trailer di due ultime uscite, sospirò al pensiero che prima andava al cinema due volte a settimana, e poi scrisse un paio di mail.

Quando lo sguardo le cadde sul bordo della manica e sui pantaloni imbrattati di cibo, Paula abbandonò quel mondo bianco e lontano, fatto di connessioni silenziose e sobrie superfici, e piombò nelle quattro mura di casa sua, nel suo corpo che era invalidato quanto il suo senso d’appartenenza, nella sua posizione d’attesa, che era in realtà la sua posizione di partenza, e che, per qualche astruso motivo, non era ciò che aveva sempre voluto.

Paula si strofinò gli occhi. Forse doveva coricarsi un po’. Quella notte Kolo si era svegliato tre volte e non era stato facile calmarlo. A volte, dopo notti come quella, il giorno dopo era in una specie di trance, e aveva la sensazione di comprendere veramente cosa succede quando un sistema improvvisamente si spegne, come un computer che non riconosce più i suoi programmi.

Quando si stese sul divano e chiuse gli occhi, la stanchezza si abbatté su di lei nera e pesante. Sentì un crack nella testa, e i precursori di sogni notturni fluttuarono nella sua coscienza. Poi eccheggiò un pianto e in un secondo era già in piedi. Guardò l’orologio.

Quaranta minuti, nemmeno tre quarti d’ora. Soppresse il senso di disperazione e corse in stanza da letto.

 

[…]

 

Olga indossava un paio di jeans e un maglione turchese, sembrava quasi un travestimento. Forse dipendeva dal fatto che il suo volto regolare e senza tempo rivendicava un vestito alla Sofia Loren e il suo seno prosperoso un corsetto alla Claudia Cardinale. Una diva in incognito.

Olga divorava tutto ciò che trovava su materia oscura e buchi neri.

«Grazie ai buchi neri l’universo entra in oscillazione» aveva letto recentemente Paula in una delle riviste di Olga. «I buchi neri contengono l’universo» si leggeva un paio di pagine dopo. E forse era proprio questo il mistero. Olga era allo stesso tempo contenuta e piena di slancio. Era come se avesse un’apertura dalla quale scivolavano fuori tutte le sue faccende personali, ma senza che la sua persona andasse in pezzi.

«Dov’è kamikaze-Kolo?» urlò «è arrivata la strega buona! Adesso costruiamo una casetta di panpepato»

«Non leggergli nessuna favola» disse Paula «non le capisce ancora»

A Paula non piacevano le favole. Insegnavano ai bambini che l’ingenuità e il bell’aspetto erano premiati, e che non avevi nessuna chance contro l’ordine sociale, che corrispondeva a quello della natura.

«Bah, ci inventeremo una favola tutta nostra» disse Olga prendendo in braccio il bambino che si strinse a lei.

«Ola» mormorò Kolo e sorrise alla madre da dietro alle spalle della donna. «Metti giù il bambino» diceva Olga quando Kolo era ancora piccolo e Paula lo portava continuamente nella fascia «me l’ha spiegato l’infermiera. Il bambino ha il suo posto, e tu hai il tuo, aveva detto. Se lo prendi in braccio, il bambino si abitua. E aveva ragione. Andrjuschka, infatti, è sempre restata nel suo lettino».

Paula non le aveva risposto. Olga era cresciuta in Unione Sovietica ed era emigrata soltanto dopo la caduta del muro. Ebbe la figlia a soli diciannove anni. Quando Olga insistette, Paula rispose che non voleva che il figlio perdesse l’abitudine di bisogni innati, o qualcosa del genere.

Olga aveva chiuso gli occhi per un istante e Paula aveva velocemente cambiato discorso. Che sapeva di quei tempi? Olga viveva in un appartamento di due stanze con la madre, l’odiata nonna, suo marito e la figlia. Pannolini non ce ne erano, le aveva detto. Paula non volle sapere esattamente cosa ciò comportasse. All’epoca il padre di Olga se ne era già andato di casa, e Olga era restata con la madre soltanto perché questa, altrimenti, avrebbe dovuto trasferirsi con la nonna in un appartamento del comune.

«Almeno avevi una babysitter» aveva osservato una volta Paula, mordendosi la lingua nel momento stesso in cui pronunciava quelle parole. Olga, tuttavia, non sembrava offesa e Paula non riusciva a immaginarsela tale. Era così sicura di sé o semplicemente si era ritirata su un pianeta lontano?

Paula stava per chiudere la porta di casa, ma Kolo cominciò improvvisamente a piangere. Il bambino allungò le braccia verso di lei e Paula provò un mix di dolore e rabbia, stanchezza e avvilimento che le fece torcere lo stomaco.

«Vai, vai» disse Olga e rivolse a Kolo uno sguardo nel quale la stessa Paula avrebbe voluto immergersi. Poi la donna corse velocemente giù per le scale.

 

[…]

5. Capitolo

«Come salvi le foto?»

Tinka sussultò risvegliandosi dai suoi pensieri. Lo sguardo le cadde sulla boule de neige che Attila aveva portato qualche giorno prima da un’eredità. Dentro c’erano due bambini tirolesi, uno in pantaloni alla zuava e l’altra in vestito tradizionale, entrambi indossavano un cappello verde, avevano occhi spalancati, che si incontravano in lontananza, e le mani in alto per lo spavento, che erano immerse in un mare di cristalli di plastica bianca. Sul fondo c’era un alpeggio su pascoli verdi. Attila, come sempre, non le aveva fatto nemmeno un po’ di sconto, Tinka, tuttavia, aveva comprato lo stesso la boule, che Kai aveva presa con un sorriso interrogativo e piazzato sul cruscotto.

«Bella domanda. A volte le salvo su un CD, ho anche comprato un hard-disk esterno, ma non so perché non funziona»

«Devo venire a dagli un’occhiata?»

Tinka si girò verso sinistra. Il suo profilo era bello come quello di un fanciullo greco. Il mento squadrato, il naso dritto con l’attaccatura alta, i capelli avevano un tratto d’indomabilità, ma si lasciavano addomesticare in una graziosa acconciatura che emanava una pulizia e purezza, che Tinka non sapeva come valutare e che in qualche modo la toccavano in un punto sconosciuto e difficile da localizzare.

Alla radio davano un rock melanconico.

«Il mio gruppo preferito» aveva detto Kai e Tinka lo aveva guardato meravigliata.

«Non sono mai lì dove sei tu» cantava il frontman con una voce cantilenante e soffocata.

«Fuori città» si leggeva nell’oggetto della mail che Kai le aveva scritto per ricordarle il suo proposito di andare in montagna.

«Se la proposta è ancora valida, dimmi di sì per questo fine settimana»

Da quando era tornata da Firenze, Tinka non aveva ancora chiamato Kostantin e Kostantin non aveva mosso un dito. Forse era troppo orgoglioso. Forse non voleva sapere perché era partita. Forse era meglio così.

A Kai Tinka aveva risposto che le sarebbe piaciuto andare in montagna, ma che dall’ultima volta erano passati decenni e che lui, pertanto, doveva tenere presente la sua condizione fisica.

«Fino a 1800 metri ce la fai, no?» aveva risposto Kai.

«Per riscaldarsi basta sicuramente» aveva scritto lei.

Fuori città. Nella natura. Kostantin non sarebbe mai andato in montagna. Non ce la faceva nemmeno ad andare al lago artificiale. «Sono contenta» aveva aggiunto Tinka, e, infatti, il cuore aveva cominciato a batterle, prudente e irregolare, ma certamente carico di aspettative.

«E perché non ti piacciono i mercatini delle pulci?» chiedeva ora a Kai.

Avevano appena finito di parlare di Attila, che Kai aveva costantemente chiamato Odilo.

«A chi serve tutta quella paccottiglia»

Kai sapeva essere scortese, e Tinka non sapeva che pensare.

«Voglio possedere il meno possibile» aveva aggiunto.

«Non si tratta di possedere» aveva obbiettato Tinka.

«Ma?» chiese Kai con una ruga tra le sopracciglia, cosa che sapeva fare molto bene. «Di accumulare roba? Peggio ancora! Mia nonna non faceva altro che accumulare. Quando è morta e abbiamo svuotato casa, abbiamo trovato la soffitta piena zeppa di paccottiglia. Oltre a proteggere dagli incendi, a che serve tutta quella roba? C’erano riviste degli anni Settanta, almeno una dozzina di ombrelli rotti, vestiti per neonati di stoffa sintetica ingiallita, prugne secche, che erano rimaste sicuramente per un paio di decenni a raggrinzirsi»

«No, per la bellezza» aveva risposto Tinka guardandolo nuovamente con fare inquisitorio «non dirmi che non serve a niente!»

Kai mise la freccia e iniziò un sorpasso riversando sugli altri automobilisti, che ovviamente non potevano sentirlo, maledizioni che superavano di gran lunga la gravità del loro comportamento. Tinka sobbalzò. Sentì qualcosa come due insetti che le correvano lungo il collo, per rifilarle, alla fine, una puntura sulla spalla. Niente di nuovo. Lo stile di guida d’ignoti partecipanti al traffico poteva provocare anche in Konstantin sfoghi emotivi apparentemente privi di alcuna connessione con la loro causa, tanto meno con la sua abituale ritrosia.

Tinka represse il desiderio d’invitarlo a non sprecare le sue emozioni. In fin dei conti non si conoscevano ancora. E in fin dei conti ognuno poteva fare delle proprie emozioni ciò che voleva.

«Non ne capisco un fico secco d’estetica» disse Kai come a mettere un punto mentre ritornava alla corsia di destra.

«Non è vero, ti vesti sempre con gusto. Tranne oggi»

Lo sguardo di Kai si oscurò.

«Stavo scherzando, su. È che non mi piace l’abbigliamento tecnico»

«Michaela odia la domenica, perché tutti si trascinano attraverso il giorno galleggiando come meduse, e ancor meno le piacciono i negozi chiusi» risuonava dalle casse la melanconica voce del cantante.

Kai passò a parlare del romanticismo e del kitsch, del quale si faceva sostenitore.

«Il kitsch è un’entità mutevole, e quando tutti pensano che qualcosa lo sia, quando tutti lo deridono, allora quello è diventato il nuovo kitsch»

«Si tratta della bellezza e del trovare» disse Tinka riprendendo il filo del discorso. Nel pensiero si vedeva vagare con occhi semichiusi ma vigilissimi, perché era proprio in tutta quella paccottiglia che avevi la possibilità di trovare ciò che cercavi, se concedevi a ciò che doveva essere trovato, la possibilità di saltare da solo nel campo della percezione, un campo aperto, ma non attivo. E così, dunque, Tinka s’immerse in quel piacevole stato sonnambolico, che nulla vuole, ma tutto permette, e attraversò il mercatino delle pulci per poi infilarsi in uno dei tanti negozi d’antiquariato della città, nei quali il vecchio aveva più valore del nuovo, e dove, anche per oggetti privi di valore, chiedevano cifre spropositate.

«Michaela dice, oggi niente dura, e sai se ne è valsa la pena soltanto con il senno di poi» la musica scivolava tra i suoi pensieri.

Durante un viaggio negli Stati Uniti Tinka era stata in un mercatino delle pulci del centro di Manhattan, e si era meravigliata che quelle due tazzine nere con i campanili russi a bulbo, che sembravano fatte apposta per lei e di cui si era immediatamente innamorata, avessero costato soltanto un dollaro. Certo erano vecchie, e non avevano i piattini, ma da loro sarebbero costate dodici volte di più, proprio perché erano vecchie.

Kai non si soffermò sulla sua osservazione a proposito del trovare. Evidentemente non era interessato a parlare di mercatini delle pulci e di bellezza, al contrario prese a raccontare della sua signora delle pulizie, cui aveva fatto visita negli Alti Tatra, dove la donna era da poco tornata. Il marito non era stato molto felice della visita e l’aveva a malapena salutato.

«Vabbè» obbiettò Tinka «avrà temuto che sua moglie… »

Ma Kai era già passato a parlare di una sua prozia che viveva ad Amburgo, una vera signora vecchia maniera, come si suol dire, che abitava in un quartiere di ville, dove gli alberi di natale arrivano fino al soffitto e dove lui ammirava sempre sbigottito quel benessere così patinato.

«Aha, si cela forse in te un tradizionalista?» chiese Tinka scherzando.

«O forse un romantico?»

«Non te ne sei ancora accorta?»

«Non in maniera diretta, ma le cose possono ancora cambiare»

Quel tono era scivolato automaticamente tra di loro. O era forse stata la reazione di Tinka alla sua scontrosità? Come Doris Day e Rock Hudson, pensò, prima si prendono in giro, e alla fine del film cadono l’uno nelle braccia dell’altro. Prendersi in giro non è divertente. Era infantile, ma le usciva involontariamente da bocca, anche se si mordeva le labbra e…

«Qui a sinistra» disse Kai interrompendo i suoi pensieri «questa è una fabbrica di carta». Poi snocciolò una serie di dati relativi alla sua fondazione, che era stata fusa a un’altra ditta e quanta carta produceva ogni anno.

«Sai tutte queste cose di tutte le ditte?» chiese Tinka ammirata «voglio dire quello che producono e via discorrendo…»

«Non di tutte, ma della maggior parte»

Non riesce a nascondersi, pensò Tinka e Kostantin non riesce a manifestarsi, continuò a pensare, ma era così gentile. Kai, invece, non era gentile, era diretto, ma non serviva a niente paragonare Konstantin a Kai, Tinka lo sapeva bene, perché la scelta a favore di una persona o di un’altra non era compito della testa.

Quando aveva diciassette anni, Tinka lasciò il suo primo ragazzo, aveva redatto una lunga lista dei pro e dei contro e, anche se c’erano più pro che contro, e anche se i pro erano più importanti, aveva comunque deciso di lasciarlo ed era stata la decisione giusta.



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Bevor die Welt unterging. Roman

 

Buchpräsentation:

Orlando Literatur- und Kulturkeller

19.10, 19 Uhr

 

Lesetermine:

5.10., 19.30 Uhr, Picus Herbstlese, Werk X-Eldorado, Petersplatz 1, 1010 Wien

11.11., 15.30 Uhr, BUCH WIEN

30.11., 19 Uhr, Alte Schmiede, Schönlaterngasse 9, 1010 Wien

 

 

 

 

 

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© Kirstin Breitenfellner